Il Bracciale d’Oro

Uno spunto di lettura che potrebbe interessare a qualcuno.
Un racconto breve di Gustavo Adolfo Bécquer, intitolato appunto “Il Bracciale d’Oro”

1.

Lei era bella, bella di una bellezza da capogiro, bella di una bellezza che non assomigliava per nulla a quella che vagheggiamo negli angeli e tuttavia è soprannaturale; bellezza diabolica, che il demonio talvolta fornisce ad alcuni esseri per farne i suoi strumenti sulla terra.
Lui l’amava; l’amava di quell’amore che non conosce né freni né limiti; l’amava di quell’amore in cui si cerca gioia e si trovano solo sofferenze, amore che somiglia alla felicità e che, invece, si direbbe ispirato dal cielo per l’espiazione di una colpa.
Lei era capricciosa, capricciosa e stravagante, come tutte le donne del mondo; egli, superstizioso, superstizioso e coraggioso, come tutti gli uomini dell’epoca. Ella si chiamava Maria Antunez; egli, Pedro Alfonso de Orellana. Entrambi toledani e vivevano nella città che li aveva visti nascere.
La leggenda che riporta questa meravigliosa storia, accaduta molti anni fa, non dice niente di più sui personaggi che furono i suoi eroi.
Io, nella mia qualità di cronista veritiero, non aggiungerò neppure una parola di mio per caratterizzarli meglio.

2.

Egli la incontrò un giorno in lacrime, e le chiese:
– Perché piangi?
Ella si asciugò gli occhi,l lo sguardo fisso, sospirò e si rimise a piangere.
Pedro, allora, avvicinandosi a Maria le prese una mano, appoggiò il gomito sul parapetto arabo da dove la bella guardava passare la corrente del fiume e tornò a dirle:
– Perché piangi?
Il Tago si snodava gemendo ai piedi del belvedere, tra le rocce sopra le quali si erge la città imperiale. Il sole si nascondeva dietro i monti vicini; la nebbia della sera galleggiava come un velo di garza azzurra, e solo il monotono mormorio dell’acqua interrompeva il profondo silenzio.
Maria esclamò:
– Non mi chiedere perché piango, non chiedermelo, ché io non saprei risponderti e tu non mi capiresti. Ci sono desideri che si annidano nella nostra anima femminile, senza che li riveli se non un sospiro; idee pazze che attraversano la nostra immaginazione mentre le labbra non osano formularle; fenomeni incomprensibili della nostra natura misteriosa, che l’uomo non può eppure concepire. Ti supplico, non chiedermi la causa del mio dolore, se te la rivelassi, magari scoppieresti a ridere.
Quando si spensero queste parole, ella tornò a chinare la fronte ed egli a insistere con le sue domande.
La bella, rompendo infine il suo ostinato silenzio, disse al suo amante con voce sorda e strozzata:
– Lo vuoi tu; è una pazzia che ti farà ridere, ma non importa; te lo dirò, visto che lo desideri. Ieri ero nella cattedrale. Si celebrava la festa della Madonna: la sua statua, collocata nell’altare maggiore sopra una predella d’oro, risplendeva come una brace infuocata; le note dell’organo tremavano, disperdendosi di eco in eco dentro la chiesa, e nel coro i sacerdoti intonavano il Salve, Regina. Io pregavo, pregavo assorta in pensieri religiosi, quando istintivamente alzai la testa e il mio sguardo si volse sull’altare. Non so perché i miei occhi si fissarono subito sulla statua; sbaglio, non sulla statua; si fissarono sopra un oggetto che, fino a quel momento, non avevo visto, un oggetto che, senza che potessi spiegarmelo, richiamava su di sé tutta la mia attenzione… Non ridere… quell’oggetto era il bracciale d’oro che la madre di Dio porta al braccio su cui riposa il suo divino Figlio… Io allontanai lo sguardo e tornai alle mie preghiere… Impossibile! I miei occhi riandavano involontariamente allo stesso punto. Le luci dell’altare, riflettendosi nelle mille sfaccettature dei suoi diamanti, si moltiplicavano in modo straordinario. Milioni di scintille di luce rosse e azzurre, verdi e gialle, volteggiavano intorno alle pietre come un vortice di atomi di fuoco, come un girotondo vertiginoso degli spiriti delle fiamme che affascinano con il loro luccichio e la loro incredibile irrequietezza… Uscii dal tempio, tornai a casa, ma tornai con quella idea fissa in mente. Mi coricai per dormire; non ci riuscii… La notte passò, eterna, con quel pensiero… All’alba le palpebre mi si chiusero, e, ci crederai?, anche nel sonno vedevo passare, scomparire e tornare di nuovo una donna, una donna bruna e bella, che portava il gioiello d’oro e di gemme; una donna, sì, perché non era più la Madonna che io adoro e davanti a cui mi inchino; era una donna, un’altra donna, un’altra donna come me, che mi guardava e rideva prendendosi gioco di me. “Lo vedi?”, pareva dirmi, mostrandomi il gioiello. “Come brilla! Pare un cerchio di stelle strappate al cielo in una notte d’estate. Lo vedi? Ebbene non è tuo, non lo sarà mai, mai… Ne avrai forse altri più belli, più ricchi, se è possibile; ma non questo, questo, che risplende in un modo tanto fantastico, tanto affascinante… mai… mai”. Mi svegliai; però con la stessa idea fissa qui, allora come adesso, simile ad un chiodo ardente, diabolica, irrinunciabile, ispirata senza dubbio dallo stesso Satana… E allora? Stai zitto e abbassi la fronte… Non ti fa ridere la mia pazzia?
Pedro, con un gesto convulso, strinse l’impugnatura della spada, alzò la testa che aveva veramente chinato, e disse con voce sorda:
– Quale Madonna ha questo ornamento prezioso?
– Quella del Sagrario! – mormorò Maria.
– Quella del Sagrario – ripeté il giovane con un accento di terrore. – Quella del Sagrario della cattedrale!
E sui suoi lineamenti si impresse per un istante il suo stato d’animo, tormentato da un’idea.
– Ah! Perché non ce l’ha l’arcivescovo sulla mitra, il re sulla corona o il diavolo tra gli artigli? Io lo strapperei per te, anche se mi dovesse costare la vita o la dannazione. Ma la Vergine del Sagrario, la nostra Santa Patrona, io… io, che sono nato a Toledo, impossibile, impossibile.
– Mai! – mormorò Maria con voce quasi impercettibile. – Mai!
E continuò a piangere.
Pedro rivolse uno sguardo attonito alla corrente del fiume, la corrente che passava e passava incessantemente davanti ai suoi occhi smarriti, infrangendosi ai piedi del belvedere, tra le rocce sulle quali si ergeva la città imperiale.

3.

La cattedrale di Toledo! Figuratevi un bosco di gigantesche palme di granito che nell’intrecciare i rami formano una volta colossale e magnifica, sotto la quale si rifugia e vive, con la vita che gli ha donato il genio, un universo di esseri immaginari e reali.
Figuratevi un caos incomprensibile di ombra e luce, dove si mescolano e si confondono con le tenebre delle navate i raggi colorati delle ogive, dove lotta e si perde nell’oscurità del santuario il fulgore delle lampade.
Figuratevi un mondo di pietra, immenso come lo spirito della nostra religione, cupo come le sue leggende, enigmatico come le sue parabole, e ancora non avrete neanche un’idea remota di quell’eterno monumento dell’entusiasmo e della fede dei nostri antenati, su cui i secoli hanno versato a profusione il tesoro delle loro credenze, della loro ispirazione e delle loro arti.
Nel suo grembo vivono il silenzio, la maestà, la poesia del misticismo e un sacro terrore che difende le sue soglie dai pensieri mondani e dalle meschine passioni terrene. La consunzione fisica si combatte respirando l’aria pura delle montagne; l’ateismo si cura respirando la sua atmosfera di fede.
Ma se la cattedrale si presenta ai nostri occhi grande, imponente a qualunque ora si entri nel suo recinto misterioso e sacro, non produce mai un’impressione così profonda come nei giorni in cui mostra tutto lo sfarzo della sua pompa religiosa, quando i suoi tabernacoli si coprono di oro e di pietre preziose, i gradini di tappeti e le colonne di arazzi.
Allora, quando le mille lampade d’argento ardono diffondendo un torrente di luce; quando aleggia nell’aria una nube di incenso, e le voce del coro e l’armonia degli organi e le campane della torre fanno tremare l’edificio dalle fondamenta più profonde fino alle alte guglie che lo coronano, allora si comprende, nel sentirla, la tremenda maestà di Dio, che vive in esso, e lo anima con il suo soffio, e lo riempie con il riflesso della sua onnipotenza.
Il giorno stesso che avvenne la scena che abbiamo appena raccontato si celebrava nella cattedrale di Toledo la conclusione della magnifica ottava della Madonna.
La festa religiosa aveva richiamato a sé una moltitudine immensa di fedeli; ma ormai la folla si era dispersa in ogni direzione, già si erano spente le luci delle cappelle e dell’altare maggiore e le colossali porte del tempio avevano cigolato sui cardini per chiudersi dietro l’ultimo toledano, quando dall’ombra, e pallido, pallido come la statua della tomba alla quale si appoggiò un istante cercando di controllare la propria emozione, si fece avanti un uomo che sgusciò silenziosamente fino alla cancellata del transetto. Lì, il chiarore di una lampada permetteva di distinguere i suoi lineamenti.
Era Pedro.
Che cosa era successo tra i sue amanti da farlo decidere infine di mettere in atto un’idea che solo a concepirla gli si erano rizzati i capelli in testa per l’orrore? Non si seppe mai. Ma egli stava lì, e stava lì per portare a compimento il suo criminale proposito. Nel suo sguardo inquieto, nel tremore delle ginocchia, nel sudore che gli scorreva a grandi gocce sulla fronte, portava scritto il suo intento.
La cattedrale era deserta, completamente deserta e immersa in un silenzio profondo. Tuttavia, di quando in quando si percepivano come dei rumori confusi: scricchiolii del legno forse, o mormorii del vento, o, chi lo sa?, suggestioni della fantasia, che sente e vede e tocca nella sua esaltazione ciò che non esiste; ma la verità era che vicino, lontano, alle sue spalle, o al suo stesso fianco, risuonavano singhiozzi repressi, fruscio di stoffe, rumore di passi che vanno e vengono in continuazione.
Pedro fece uno sforzo per proseguire; arrivò alla cancellata e salì il primo gradino della cappella maggiore. All’interno di questa cappella si trovavano le tombe dei re, le cui statue di pietra, con la mano sull’impugnatura della spada, sembravano vegliare giorno e notte sul santuario, alla cui ombra riposano per tutta l’eternità.
– Avanti! – mormorò a voce bassa, e volle camminare ma non ci riuscì. Pareva che i suoi piedi fossero inchiodati al pavimento. Abbassò gli occhi, e i capelli gli si rizzarono dal terrore: il suolo della cappella era formato da larghe e scure pietre tombali.
Per un momento credette che una mano fredda e scarnita lo immobilizzasse in quel punto con una forza invincibile. Le lampade moribonde, che brillavano nel fondo delle navate come stelle perse tra le ombre, oscillavano davanti ai suoi occhi, e oscillavano le sculture dei sepolcri e le statue dell’altare, e oscillò tutto il tempio, con le sue arcate di granito e i suoi pilastri.
– Avanti! – tornò a dire Pedro come fuori di sé, e si avvicinò all’altare; e arrampicandosi, salì fino alla predella della statua. Tutto, intorno a lui, prendeva forme chimeriche e orribili; tutto era tenebre o luce incerta, più impressionante ancora dell’oscurità. Solo la regina dei cieli, soavemente illuminata da una lampada d’oro, pareva sorridere tranquilla, piena di bontà e serena in mezzo a tanto orrore.
Tuttavia quel sorriso muto e immobile che per un istante lo aveva tranquillizzato finì per infondergli paura, una paura più strana, più profonda di quella che fino allora aveva provato.
Ma riuscì a controllarsi di nuovo, chiuse gli occhi per non vederla, tese la mano, con un movimento convulso, e le strappò il bracciale; il braccialo d’oro, pia offerta di un santo arcivescovo; il bracciale d’oro che valeva una fortuna.
Ormai il gioiello era nelle sue mani; le sue dita contratte lo stringevano con forza sovrannaturale; non restava che fuggire, fuggire con esso; ma per fare questo era indispensabile aprire gli occhi, e Pedro aveva paura di vedere, di vedere la statua, di vedere i re dei sepolcri, i demoni dei cornicioni, i draghi dei capitelli, le fasce di ombra e i raggi di luce che, simili a bianchi giganteschi fantasmi, si muovevano lentamente nel fondo delle navate, popolate di rumori paurosi e strani.
Infine aprì gli occhi, lanciò uno sguardo e un grido acuto gli sfuggì dalle labbra.
La cattedrale era piena di statue; statue che, coperte di vesti lunghe e mai viste, erano scese dalle loro nicchie e occupavano tutta la chiesa e lo guardavano con occhi senza pupilla.
Santi, monaci, angeli, demoni, guerrieri, dame, paggi, cenobiti e contadini si aggiravano e si confondevano tra le navate e intorno all’altare. A suoi piedi officiavano, in presenza dei re, in ginocchio sulle loro tombe, gli arcivescovi di marmo che altre volte egli aveva visto immobili sopra i loro letti mortuari, mentre, strisciando sulle pietre, arrampicandosi sui pilastri, raggomitolati sopra i baldacchini, sospesi alle volte, pullulavano, come vermi di un enorme cadavere, tutto un mondo di rettili e bestiacce di granito, chimerici, deformi, mostruosi.
Non poté più resistere. Le tempie gli pulsavano con una violenza spaventosa; una nube di sangue gli oscurò le pupille; lanciò un secondo grido, un grido lacerante e sovrumano, e cadde svenuto sull’altare.
Quando il giorno dopo gli inservienti della chiesa lo trovarono ai piedi dell’altare, aveva ancora il bracciale d’oro tra le mani, e nel vederli avvicinarsi esclamò con una risata stridula:
– Suo, suo!
L’infelice era pazzo.

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Branco urbano

Il branco è un concetto interessante. L’oracolo Wiki ne dà questa definizione:

Un branco è un gruppo di mammiferi che si riuniscono spontaneamente e operano in modo omogeneo (per esempio nel corso di spostamenti).

Un tot di soggetti che si trovano insieme per necessità, per un obiettivo comune, o a volte solo per un caso. Uno. Due. Tanti.

Sono stato portato a fare un master per conoscere come sono i veri branchi. Cervi, lupi, cinghiali, marmotte. Laszlo ogni tanto mi porta in giro per i suoi luoghi, e mi insegna a vedere, a conoscere come funzionano queste cose. Mi ha fatto esercitare per riconoscere le tracce di un branco, e abbiamo fatto tanto esercizio su come stanare questo o quell’altro tal branco e soprattutto di chi approfittare per avere la cena migliore, o la più facile, a seconda di quel che richiede la situazione. Le dinamiche in un branco sono importanti, da come si muovono gli uni nei confronti degli altri si capisce la salute del branco stesso, a cosa sta puntando, da cosa sta scappando o cosa sta proteggendo. Un occhio attento riesce a distinguere tutto, da soli pochi movimenti dei membri del gruppo.

Non sono mai stato un grande studioso, non era difficile indovinarlo nemmeno quando andavo a scuola. Ma le lezioni sul campo le apprezzo, potersi muovere invece di ascoltare solamente è quel che fa più per me. Ho scoperto che mi piace andare a caccia, e che sto anche diventando bravo con le bestie più difficili.

Ma c’è una sfida, che mi piace più di ogni altra. Il tipo di branco che amo di più cacciare, quello che dà più soddisfazione ad essere braccato. E non si trova nelle foreste fitte, né nei boschi umidi, in nessuno di quei luoghi inestricabili che tanto piacciono alla mia guida. No, i branchi che io amo sono quelli che scendono nelle strade calde d’afa dei sabati sera milanesi, gruppetti di cinque, sette, tot ragazzotti, poco più che adolescenti, poco meno che adulti. Quella meravigliosa fase intermedia che riesce a infastidire chiunque, davvero chiunque entri nel raggio d’azione del piccolo branco. Non ho idea di quale termine folkloristico venga usato oggi per soggetti del genere. Qualche anno fa credo sarebbero stati etichettati come zarri. Bulletti di periferia, anche, se non fossimo praticamente in centro a Milano.

Seguo divertito un branco di questi soggetti, li seguo per non più di quattro fermate della notturna, da quando li ho visti cercare di entrarci a viva forza nonostante l’autobus fosse già pieno. La proverbiale scatola di sardine umane. Ad ogni fermata, dalle porte dell’autobus vengono vomitati fuori decibel sufficienti a svegliare tutti fino al terzo piano. Si sentono più bestemmie che verbi coniugati decentemente, risate sguaiate, e musica tamarra sparata a tutto volume da un telefonino di ultima generazione. Incrocio per un attimo lo sguardo desolato di un tizio che vuole evidentemente solo andare a dormire, e di una signora che li guarda con sguardo furente per il poco rispetto. In Brenta una ragazza che è scesa facendosi largo a gomitate grida loro contro di calmarsi: quelli ridono solo di più e le fischiano dietro. Le porte dell’autobus si chiudono di nuovo, faticosamente, e la corsa riprende.

Scendono poco dopo, con gran sollievo dei restanti e dell’autista fin troppo diplomatico. Si accalcano, spingendosi a vicenda, continuando a bestemmiarsi contro in allegria. Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto voci squillanti nella notte altrimenti calma. Sono alticci, se non tutti la maggior parte, e si lamentano che l’autobus di merda ci ha messo una vita e che adesso non troveranno più posti aperti per bere ancora.

Sorrido nell’ombra, superandoli da una parallela. Conosco quel genere di branco, conosco come si spostano, ondeggiando sui marciapiedi come una risacca molto rumorosa. Li anticipo al parchetto – due panchine e quattro metri quadri di erba storta – svaccandomi come uno strafatto su una delle due panchine. In bella mostra, una confezione da sei di lattine di birra ancora chiuse. Li sento arrivare, come previsto, rumorosamente si avvicinano, le bestemmie usate come intercalare che aumentano di numero. Mi prendono di mira, sono da solo, ho della birra, e tutto sembro fuorché una minaccia. Fanno a voce alta i loro astuti piani, ottima strategia ragazzi!

Mi viene da ridere anche se stavo cercando di rimanere calato nella parte. Non sono un buon attore, mai stato.

Uno dei ragazzetti mi si avvicina spavaldo, chiedendomi che avessi da ridere. Visto che non smetto, mi tira un calcio, allungando una mano verso le mie birre. Al mio gesto di riprendermele, alza la voce e chiama gli altri, continuando a tirarmi i calci. Due, tre, quattro, cinque mi si sono parati davanti. Sei, sette e otto hanno fatto il giro della panchina, e uno mi ha tirato un coppino sulla nuca.

Mi alzo di scatto, rispondendo a tono – fingendomi ubriaco – e le grida aumentano. Li istigo, li stuzzico come un alveare ronzante. Reagiscono come mi aspetto. Alzano le mani, i calci aumentano, il branco si inferocisce e sbraita, sbava, si istigano uno con il furore dell’altro.

Li attacco, ne attacco uno, ne attacco due, ne attacco tre. Sono un branco disorganizzato, senza un capo, senza un perché, senza uno scopo se non fare confusione nella notte del sabato milanese. Io sono la loro confusione. Ma sono più rapido, più forte, più sobrio.

E mi piace che la mia città sia tranquilla, a notte fonda. Due li strangolo, uno lo colpisco forte in testa, gli altri li colpisco con la lama di un coltello. Una rissa andata molto male. Ormai caccio e so già come dissimulare. Sto diventando bravo, Laszlo sarebbero fiero – forse. In pochi attimi, il solo rumore che è rimasto è il dolce suono del gorgogliare del sangue.

Hanno un sapore pungente, un misto di testosterone, idiozia e alcool scadente. Non sono mai stato un tipo dai gusti raffinati, e questo è un pasto sublime. Sono uno, sono due, sono tanti, bevo un po’ da ognuno, un mix di coktail da vero sabato sera.

Da sballo.


I vampiri sognano pecore con i canini?

Cosa sognano i vampiri? Quali immagini attraversano la loro mente quando dormono, quando giacciono nella terra, nelle loro bare, o in stanze rigorosamente sigillate da qualsiasi spiraglio di luce?

Cosa sognano i vampiri quando i corpi freddi si rilassano nel rigor mortis, quando la mente comincia a fluttuare nella totale oscurità dei loro sepolcri?

Ci ho messo molti anni a trovare una risposta a questa domanda. In effetti anche solo ad arrivare a pormela, questa domanda. I primi tempi (anni?) da vampiro non avevo fatto minimamente caso a quello che mi succedeva quando chiudevo gli occhi, ai primi sentori dell’alba. Ero ancora troppo giovane e pieno di quell’energia che ti prende quando hai una  nuova cosa fichissima tra le mani e non vedi l’ora di imparare a padroneggiarla. O quanto meno, a riuscire a gestirla senza farti del male da solo. Quelle erano le notti (le mattine) in cui sognavo tantissimo, in cui rivivevo tutta la mia giornata, ancora e ancora, all’infinito finché non mi risvegliavo dal sonno.

Non era un vero risposo, ma non credo i vampiri ne abbiano davvero bisogno. Ma sicuramente gli occorre dormire, hanno bisogno di sognare, anche se i loro sogni non sono come quelli degli esseri umani.

Ci ho messo molti anni ad accorgermi di quello che sognavo, quando ho smesso di rivivere quello che avevo vissuto durante la giornata. Le immagini che allora ho cominciato a vedere risalivano settimane, mesi, anche anni più indietro.

Le rivivevo con la chiara nitidezza di chi riesce a cogliere più particolari di quanto non sembri ad una sola prima occhiata. Un sogno è una seconda occasione per vedere di nuovo quello che è stato, per studiarlo meglio, per incamerare e moltiplicare giorno dopo giorno quello che un essere immortale deve sapere. Per tenere alla memoria l’infinità di cose che vede e impara nei secoli della sua esistenza.

E quando non sei più uno sbarbatello che si emoziona per qualsiasi cosa gli capiti in una notte, riesci a rivedere con più calma tutti i dettagli che alla prima volta ti erano sfuggiti.

“Non si finisce mai di imparare”. Chi l’ha detto forse non aveva idea della portata di questo pensiero. Perché non c’è niente di più vero. Nemmeno nel sonno si ha tregua dall’imparare. E il peggio (meglio?) è che non ci puoi fare niente a riguardo. Volenti o nolenti, ogni mattina chiudiamo gli occhi e sogniamo e impariamo.

Ma a volte, molto più raramente, i vampiri sognano anche di quello che è il passato più lontano che possono avere. A volte sognano della loro vita precedente, quando erano ancora mortali e respiravano la luce del sole. Tempi e mondi così distanti da avere i bordi sfocati, i dettagli persi nel tempo trascorso. Luoghi lontani quanto un sogno, un vero sogno mortale.

Sono confusi quei sogni, non hanno la nitidezza del normale sognare dei vampiri. Sono i veri sogni, quelli di cui non hai il controllo, in cui ti immergi e fluttui finché le immagini non sfumano e si esauriscono. Sono anche queste situazioni che abbiamo vissuto, ma è come se le avessimo vissute noi. Come se a viverle fosse stato qualcun altro, qualcuno di cui conosci il cuore ma non la testa. Certi sogni li rivivi e pensi con imbarazzo a come ti sei comportato da spensierato mortale.

E in assoluto sono questi i sogni migliori. Per quanto imbarazzanti, tristi o confusi che possano essere, sono decisamente i sogni che vorrei sempre poter sognare, se avessi facoltà di decisione. Per quanto sappia che possa essere stupido. Sono gli unici che hanno il sapore del vero sogno, il sapere che la mente può vagare libera, senza ostacoli, lasciandosi fluire nelle maglie dei ricordi più soffusi. Anche quelli creduti dimenticati, quelli che la mente cosciente crede di avere perso per ricordi più nuovi, più vividi, più spietatamente lucidi.

Sono sogni dunque. “Dolce sognar / e lasciarsi cullare / nell’incanto della notte” (sì, sono molto romantico, non si direbbe).

Come ho detto, ci ho messo molto tempo ad accorgermi di questo sognare dei vampiri, e a capire come funzioniamo. E un dubbio è seguito, perché dove ci sono i sogni ci sono anche gli incubi, e per quanto possano essere spiacevoli alcuni dei sogni mortali, non mi era ancora capitato di trovarmi faccia a faccia con un incubo, uno di quello che ti scuotono le ormai inutili vene dei polsi.

Ho chiesto a Laszlo, una volta, se i vampiri hanno gli incubi. Mi ha guardato spalancando gli occhioni rossi, come se non sapesse bene cosa rispondermi.

Ha annuito poi, sedendosi a terra e scompigliandosi i capelli come per riordinare le idee.

“Sono pochi” mi ha risposto, sottovoce come se temesse che dicendolo più forte quelli potessero presentarsi alla nostra porta. “Per fortuna” ha anche aggiunto.

Gli ho domandato quali fossero i suoi incubi, che data la sua espressione tutto lasciava intendere tranne che fosse uno spirito libero da quella greve incombenza. Mi sono poi dovuto mordere la lingua per il poco tatto con cui l’ho chiesto, ma ammetto di essere morbosamente curioso di tutto quello che gli fa paura. Perché se c’è qualcosa che fa paura a lui, allora io me ne devo tenere assolutamente alla larga.
E poi, le sue storie mi piacciono.

“I miei incubi sono continuare a rivedere scene orribili sapendo perfettamente che non posso fare niente per cambiarle di una sola virgola”.

“Lo immaginavo” commento. Mi guarda come si guarda un bambino delle elementari fiero di saper recitare la tabellina del sette.

Si alza in piedi e mi fa cenno di seguirlo. Mi affretto dietro di lui, e camminiamo nelle ombre della notte di Milano. Non parla per un po’ (come al solito), ma la passeggiata è piacevole. Arriviamo fino in Duomo, e per una volta è bello ammirare la piazza completamente sgombra da turisti e milanesi. Senza sapere quale delle due categorie è peggio.

Laszlo si infila verso Cairoli e continuo a seguirlo, fino alla Loggia dei Mercanti. Si appollaia sul vecchio pozzo e alza il naso a guardare le statue che ci guardano dalla loggia superiore. Mi appoggio lì vicino e le guardo anche io. Avrebbero decisamente bisogno di una pulita, chissà se sono mai state pulite, anche da appena scolpite.

“Una volta” ricomincia a raccontare “eravamo ancora sulle tracce del Lambertini”.

Questo Lambertini ritorna spesso nei suoi racconti più vecchi, e non mi ha ancora detto come sono riusciti a liberarsene. Anche quel “noi”, è ancora un po’ vago, a dirla tutta. Ma non è il tempo per le rimostranze, quindi taccio e lo ascolto, accendendomi una sigaretta.

“Non mi ricordo esattamente dove eravamo finiti, forse era una biblioteca. Era un luogo buio e soffocante. Magico anche, e per sfortuna. Stavo cercando delle tracce, e ho visto una delle statue muoversi”.

Non posso fare a meno di alzare fulmineo lo sguardo verso le statue della loggia. Inquietanti, ma saldamente ferme nel loro essere di roccia.

“Era un incanto ovviamente, ma mi ha preso alla sprovvista. Ho visto la statua muoversi e mi sono bloccato. Aveva il volto di Camilla”.

Mi sembra quasi di vederlo abbassare le orecchie e uggiolare. Lo fa spesso, quando parla della sua Maestra. Una Madre troppo severa a cui si è affezionato troppo e per troppo poco tempo.

“Ha cominciato a muoversi, era come se la statua scivolasse sul pavimento di marmo. Non un suono, c’era un silenzio inconcepibile, eppure la statua si muoveva. Era bianchissima, come appena levigata. C’era una candela da qualche parte sulla sinistra, e le illuminava la faccia. Ha sempre avuto un viso come di pietra… per questo mi ha spaventato così tanto. Per un attimo ho pensato che poteva essere lei, anche se aveva i capelli di pietra, e non rossi. Avrebbe potuto essere lei, se non fosse bruciata solo pochi mesi prima”.

Non sposta lo sguardo dalle statue, ma allunga una mano a cercare la mia. Gliela stringo e lo lascio proseguire.

“Era solo una statua, era di pietra e non faceva rumore, anche se si muoveva. E si muoveva. E mi guardava. Gli occhi erano quelli di Camilla, le labbra si sono aperte per parlarmi, ma tutto quello che ha potuto dirmi è stato mimare l’urlo che ha lanciato quando è arsa viva. Non aveva voce, ma è come se lo avessi sentito. Nella mia testa l’ho sentito. L’ho risentito. Un incubo da sveglio, Markus”.

Gira la testa per guardarmi negli occhi. Si è accucciato ancora di più, abbracciandosi le ginocchia con le braccia.

“Era solo un sortilegio” provo a dirgli. Che si può dire per consolare un antico dai suoi incubi, eh?

“Lo era. Uno di quelli che colpisce dove più fa male. Non sono riuscito a fare nulla quella volta, mi hanno dovuto salvare o sarei rimasto ad aspettare che quella statua franasse su di me”.

Non gli avrebbe probabilmente fatto niente, lo so io come lo sa lui, ma sicuramente c’era dietro un’altra trappola. Paralizzare un cacciatore, mossa geniale e tremenda.

“Questo è uno dei miei incubi peggiori. Rivedere quella scena, tutti i suoi dettagli mostruosi e sapere che come sempre non riuscirò a fare niente anche se vorrei. Vedere il volto di Camilla deformato in quella maniera. Aveva paura e stava soffrendo, e io non ho potuto fare niente per aiutarla”.

— — —

Che cosa sognano i vampiri? Quali sono i loro incubi?

Un vampiro sogna la sua vita, tutto quello che ha fatto. E ha gli incubi su quello che ha sbagliato, perché l’inconscio non riesce a rielaborare, non c’è niente da rielaborare, c’è solo la certezza di quello che è avvenuto. Tutti i dettagli e le sfumature. Tutto l’orrore dell’errore che per sempre sarà lì, inevitabilmente da ripetere nel regno del sogno lucido.


Brace yourself

L’altro giorno stavo guardando un telefilm.

Game of Thrones, non so se l’avete presente. È davvero un bel telefilm. La trama è magnifica, e la resa cinematografica è degna delle descrizioni del libro. Mi sono proprio goduto lo spettacolo.

Ma c’era una cosa che di certo non mi aspettavo di trovare. Una faccia famigliare. Una faccia pelosamente famigliare.

 

Ho provato a chiedere a Laszlo se per caso si fosse dato anche al cinema, visto che so che una sua conoscenza l’ha fatto.

Non mi ha risposto.

Si è limitato a sorridere, con il suo ghigno da lupo. O forse dovrei dire da metalupo?


Marzo

È un bel mese marzo.
Fa ancora oggettivamente freddo, ma dopo i lunghi mesi invernali anche solo un po’ di sole induce la gente ad uscire così volentieri di casa che è come se non ne potessero fare a meno.
È un bel mese marzo, i finesettimana di bel tempo attirano le persone al parco come se davvero ne andasse della loro esistenza.
Parco Sempione si riempie di fanciulle e ragazzetti, famiglie con bambini ancora tutti intabarrati in sciarpe e giubbotoni – ma, insomma, ai bambini fa bene andare al parco! Un nugolo di persone che sciama felice nonostante il vento soffi ancora gelido.
È un bel mese marzo il sole tramonta presto ma la gente è così felice di stare fuori, nonostante tutto, che posso incontrare persone che di solito non ho la benché minima possibilità di incrociare.
Gli alberi di Parco Sempione sono ancora spogli, solamente qualche pianta ha timidi germogli bianchi come il latte. Ma il prato è verde e folto, il sole poco più che primaverile che non rischia certo di bruciare l’erba o i radi gruppetti di fiori viola che punteggiano il parco.

Mi piace marzo, mi sveglio presto, il sole calato dietro ai palazzi da pochi minuti. Il cielo illividisce in fretta, le nuvole da rosate e azzurrine cominciano a confondersi in fretta con il blu della sera. Le famigliole cominciano ad allontanarsi, i bambini che reclamano con voce acuta la cena o mamme apprensive che si accorgono che effettivamente fa ancora troppo freddo per stare fuori a quest’ora.
I ragazzi sono però quelli che preferisco.
Sembrano totalmente dimentichi di quello che li circonda, continuano a lanciarsi palle o frisbee senza alcuna preoccupazione al mondo. Continuerebbero all’infinito, se solo ad un certo punto il buio non diventasse così fitto da rischiar di far prendere loro delle sonore craniate contro gli alberi, nel tentativo di afferrare al volo quello che si lanciano.
Mi aggiro tra di loro, quatto.
Sono belli da osservare, sono spontanei, pieni di vita. Gridano, si insultano amichevolmente, cantano versi improvvisati di canzoni inesistenti. Giocano, si rincorrono, ridono felici. Amo gli esseri umani quando sono così spensierati.

È un bel mese marzo, la vita ritorna lentamente in tutti gli angoli di questa grigia città. I parchi sono i primi luoghi che si ripopolano, insieme ai primi fiori e germogli spuntano anche tutti questi ragazzi. Sono belli da guardare, da ascoltare ridere.
Mi avvicino piano ad un terzetto di ragazze, sedute sull’erba, che continuano a ridere quasi fino alle lacrime. Si raccontano una storia, un pezzo ciascuna, inventano man mano che vanno avanti. Mi avvicino quanto basta per sentire il momento in cui Claudio, l’eroe del momento, a dorso di un cavallo magico che va matto per le cose che luccicano, decide di irrompere in una tesoreria presieduta da due teutonici molto cattivi e con un drago a guardia del tesoro più nascosto. Le ragazze si divertono come non mai. Totalmente prese dall’ilarità del momento non si spaventano nemmeno quando mi vedono sbucare da un cespuglio. In forma di ratto non sono mai stato ben accolto, devo ammettere che è la prima volta che sento qualcuno chiedere ad una pantegana di avvicinarsi.
Sono carine, le tre ragazze, mi dispiace quasi andarmene via così. Ma è meglio per tutti, la sera è ancora giovane e c’è ancora tempo per me per nutrirmi.

È un bel mese marzo, la gente è così spontanea nel fare cose a volte davvero assurde che quasi mi fa tenerezza.
Tornate a casa, piccoli uomini, le tenebre scendono più in fretta di quanto possiate immaginare.


Letture

«Più vicino erano gli alberi che dominavano. A sud e a est, la foresta si allargava a perdita d’occhio, un vasto labirinto di tronchi, radici e biforcazioni nelle infinite sfumature del verde.

Un labirinto punteggiato qua e là da chiazze di rosso – dove gli alberi-diga dai tronchi lividi e dalle foglie scarlatte si aprivano la strada tra conifere e gli alberi-sentinella – e da macchie gialle, nei punti in cui il fogliame stava assumendo il colore dell’autunno.

Quando il vento soffiava, Jon poteva udire i lamenti e i cigolii di ramificazioni molto più vecchie di lui. Un miliardo di foglie si torceva in quel vento. Per un battito di ciglia, la foresta stregata parve un mare color verde scuro, gonfiato dalla tempesta, eterno e inconoscibile.»

George R.R. Martin
Le cronache del ghiaccio e del fuoco


Ghianda

“Adesso fai silenzio.”
“… ero in silenzio.”
“Stavi pensando. Soprattutto di lamentarti.”
Vero.
Trovo inquietante che riesca anche a leggermi nel pensiero – o forse sono solo io, che ho una faccia che davvero non riesce a nascondere nulla – ma in effetti era mia intenzione da lì ad un momento di chiedere, per l’ennesima volta, quanto ancora avremmo dovuto camminare. Non che fosse di per sé un problema, ma stavo cominciando davvero ad annoiarmi.
“Concentrati adesso. Siamo quasi arrivati.”
Mi limito ad un solo cenno con il capo, le labbra sigillate e con la testa cerco di stare concentrato come mi ha chiesto. Non so su che cosa, ma mi concentro.
La foresta intorno a noi diventa più fitta ogni metro che percorriamo. Anche Laszlo rallenta – ha smesso di correre, finalmente – e io comunque devo fare molta attenzione perché i piedi non mi rimangano impigliati nel fitto sottobosco.
C’è vento questa notte, un forte sibilare che attraversa le fronde degli alberi e ne agita le foglie.
E infine capisco su che cosa devo concentrarmi. Il bosco si apre. Davanti a noi c’è un largo spiazzo, dove al centro campeggia uno degli alberi più imponenti che io abbia mai visto. E dire che mi sono appena fatto a piedi tutto il verde che c’è tra Milano e il cuore dell’Ungheria…
Una quercia enorme, con il tronco spesso e gibboso, pieno di ruvidi solchi; radici imponenti che si tuffano nel terreno scuro; poderosi rami che si intrecciano tra di loro, allungandosi verso il cielo. Alzo gli occhi e tutta la testa per seguirne i contorni, finché non vedo i rami più alti e sottili stagliarsi confusamente contro il cielo nero. Mi accorgo che non c’è la luna questa notte: un gran peccato, sarebbe stato magnifico ammirare una tale meraviglia alla luce della luna.
Sono ancora con il naso all’insù – e mi accorgo in quel momento, anche con la bocca spalancata in una “o” di puro stupore – quando sento Laszlo toccarmi piano un gomito, per attirare la mia attenzione.
“Stai qui” mi comanda, conducendomi sotto quei rami imponenti. “E stai pronto.”
Non ho il tempo di chiedergli a che cosa dovrei stare pronto che ha già spiccato un balzo, afferrando il ramo più basso dell’albero per poi scalarlo con più o meno la stessa agilità d uno scoiattolo.
Ho di nuovo il naso all’insù – chissà se ai vampiri può venire il torcicollo? – ma è davvero uno spettacolo incredibile. Seguo tutta la sua scalata, quasi trenta metri in verticale, senza il minimo sforzo. Devo ammettere che lo invidio non poco. Fa sembrare tutto così facile.
Lo scorgo appollaiarsi sul ramo più alto, anche lui con il naso per aria, a guardare il cielo nero. Una distesa infinita di stelle. Le luci della città sono un disastro, non credo di averne mai potuto vedere di così belle. Senza la luna, poi, brillano come non le ho mai viste brillare.
“Markus.”
Un richiamo veloce, poco più di un sussurro, che colgo nonostante il vento che ancora agita le fronde.
Sì, devo stare concentrato.
Mi siedo, al riparo tra due radici quasi più grandi di me. Ascolto, sento.
Cerco di fare come ho visto fare a Laszlo, quando è immerso nel silenzio ma lo stesso sembra sia impegnato in una profonda conversazione.
Non ho idea di quanto tempo sono, siamo rimasti fermi. C’è solo il vento sferzante a spezzare l’altrimenti immobilità della notte.
Poi mi sembra di sentire chiaramente uno schiocco secco, come di un ramo calpestato. Solo più leggero, sottile. Viene da sopra la mia testa. Alzo lo sguardo, e vedo una ghianda cadere da ramo, proprio sopra di me.
Senza nemmeno pensarci allungo una mano e la afferro prima che cada a terra.
È una ghianda bella grande, lucida e liscia. La scorza per un momento riflette un tenue bagliore, e mi accorgo che si tratta della luce della luna, che è appena apparsa nel cielo, sottile più di una lama.
Avverto che anche Laszlo si è infine mosso e pochi momenti dopo me lo vedo atterrare di fronte, a quattro zampe sul terreno morbido, come se fosse un gatto.
In una mano ha la cima esile di quello che doveva essere il ramo più alto della quercia. Nell’altra ha un falcetto, che mi pare davvero troppo brillante per essere solo d’acciaio.
Sorride, notando la ghianda che tengo in mano.
“Sei stato attento.”
“Beh… sì?”
Un cenno del capo come approvazione, poi mette via il falcetto, nascondendolo sotto i vestiti.
“Bene, adesso possiamo tornare.”
Finalmente il vento ha smesso di sferzare le chiome della foresta.
“Eh? Dopo tutto il viaggio che abbiamo fatto già torniamo?!”

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Laszlo correva senza fermarsi, i muscoli delle zampe che si contraevano rapidamente, scatti veloci, ad ogni falcata. Si fermò solo un attimo, ad annusare per terra. Per un momento gli sembrò di avere perso la traccia, ma ritrovò velocemente l’odore che stava seguendo. Di nuovo si rimise a correre, scartando veloce e preciso ogni volta che un tronco gli si parava davanti, lanciando poi un breve ululato di gioia quando intravide in lontananza la snella figura della cerva bianca che stava inseguendo.
Continuò a correre senza fermarsi, cercando di non perdere di vista il suo obiettivo. Ma l’altro animale era veloce, molto più agile di lui, e troppo spesso gli sembrava di perderlo tra i fitti alberi della foresta.
Continuarono a correre per un tempo infinito, quando all’improvviso Laszlo si fermò. Ansimando più per forma che per vera necessità – non gli serviva respirare – si accucciò sulle zampe posteriori. Rimase immobile per qualche minuto, gli occhi rossi che esploravano attorno a lui. La foresta che aveva attraversato era molto ricca, ma in quel posto il terreno sembrava ancora più scuro e accogliente di quello che aveva calpestato fino a quel momento. C’era uno spiazzo davanti a lui, gli alberi era come se si fossero un poco ritirati per lasciare libera quella piccola piazzola. Alzò il muso di lupo e annusò l’aria: aveva un buon odore quel posto. Pieno di vita, di verde e di nero.
Un fruscio leggero attirò l’attenzione alla sua destra. La cerva bianca stava tornando sui suoi passi. Sparì di nuovo alla vista un attimo, mentre passava dietro un albero, e quando ricomparve dall’altro lato era ritornata alle sue fattezze umane.
Si avvicinò al giovane lupo.
“Qui?” chiese, altera come sempre.
Laszlo mutò anche lui, tornando alla sua forma di ragazzino scarmigliato.
“Qui” confermò, sorridendo. “Ha un buon odore. Mi piace.”
La donna si guardò attorno, studiando attentamente il luogo. Aveva gli occhi dei felini, gialli e con una fessura verticale come pupilla. Laszlo li trovava molto belli, anche se erano fin troppo severi la maggior parte del tempo.
Ma non quella volta. Laszlo forse non se ne era accorto, ma lei lo aveva preso a non più di un paio di chilometri di distanza, non lontano dallo sperduto villaggio magiaro dove aveva vissuto la sua breve vita umana. Quel posto andava davvero bene, non c’erano dubbi.
Camilla diede il suo assenso, indicandogli con un gesto di alzarsi. Laszlo si fece da parte, mettendosi quieto ad osservare i movimenti della sua Maestra. Non disse niente, non chiese nulla. Non doveva disturbare. Ma seguì tutti i suoi movimenti, imparandoli. Un giorno, forse, anche lui avrebbe dovuto fare lo stesso.
Vide Camilla tirare fuori da sotto una sacca di cuoio: ne dispose il contenuto per terra, sopra un telo bianco.
Si inginocchiò sul terreno e incise con gli artigli la terra, in due solchi profondi, tracciando una croce nel terreno. Ci versò poi sopra vino e latte.
Con uno cenno chiamò Laszlo. Solerte il ragazzo si avvicinò, tenendo tra le mani la ghianda che aveva raccolto dalla quercia della sua Maestra. Un albero antico e maestoso. Posò la ghianda al centro della croce, coprendola poi con alcune manciate di terra scura.
Si allontanò di nuovo ad uno sguardo di Camilla, e la sentì lanciare un suono che non aveva mai sentito. Un richiamo, vibrante, che gli diede un brivido.
Dovette attendere poco per scoprire che cose era stato. Dai margini della radura, dalle chiome degli alberi, perfino da sotto il terreno comparvero decine di animali, di tutte le dimensioni; ma tutti, immancabilmente, gli occhi spalancati, attenti, chiaramente in conflitto tra il proprio istinto di sopravvivenza e quel richiamo che li aveva obbligati ad accorrere.
Camilla si guardò attorno, li studiò uno per uno finché non individuò l’animale che faceva al caso loro. Lanciò un altro richiamo e tutti gli animali si volatilizzarono, terrorizzati, quella sorta di incantesimo spezzato. Rimase solo un vecchio lupo, nero con le zampe marroni.
La bestia si avvicinò quietamente a Camilla, sedendosi sulle zampe posteriori a meno di mezzo metro da lei. Aveva gli occhi stanchi.
Camilla gli sfiorò delicatamente il muso, una carezza veloce sul capo prima di prendere in mano il suo falcetto.
Laszlo distolse per un attimo lo sguardo dal vecchio lupo, ammirando il falcetto: era troppo bello per essere uno di quelli che potevano usare i contadini. Era lucido e brillante, antico, e sembrava catturare la luce della luna piena che stava brillando sopra di loro. Un falcetto d’argento, senza dubbio.
Camilla si scostò una ciocca dei suoi lunghi capelli rossi da davanti il viso. Tenne fermo il lupo per la collottola e gli tagliò la gola.
Il sangue sgorgò in fiotti lenti. Il vecchio lupo chiuse gli occhi, come rassegnato e non ci volle molto perché si accasciasse a terra, senza vita.
Laszlo era rimasto immobile, gli occhi rossi dilatati, puntati sul lupo, sul suo sangue caldo che era andato ad impregnare la terra nera. In pochi minuti venne assorbito praticamente tutto, e solo allora il giovane vampiro si concesse di muoversi. Ora che la tentazione era passata.
Camilla diede un cenno di approvazione con il capo e lo invitò ad avvicinarsi. Laszlo si sedette sui talloni vicino a lei, le dita affondate nel terreno nero e nel sangue.
“Questo che nascerà sarà il tuo albero, Laszlo. Ne dovrai avere cura.”
“Sì.”
Lo guardò negli occhi, a lungo.
Non avevano occhi umani, nessuno dei due. Erano oltre.
“Potrete vivere per sempre, entrambi. Abbi cura delle radici e i rami arriveranno fino al cielo.”
Laszlo le sorrise e diede un energico cenno d’assenso con la testa.
Camilla annuì, più composta, e piantò la cima del ramo più alto della sua quercia nel punto dove Laszlo avevano piantato la ghianda.
“Che gli dèi della terra ti siano sempre favorevoli. Che la Luna ti possa illuminare anche nelle notti più scure.”
“Grazie, Maestra.”


Futuro

La musica è alta, assordante. Caotica. Forse ancor più caotica del solito.
I corpi si ammassano, onda su onda, sbattendo contro il palco basso, flutti di carne che si incontrano e si scontrano, gli uni contro gli altri. Un gomito contro una schiena, una ginocchiata contro un’altra gamba, corpo su corpo in una danza di sfrenata confusione. Mi arriva un pugno nelle costole, ma lo sento appena. Quasi mi dispiace non riuscire più a farmi male in quell’estasi di insensato delirio a dir poco selvaggio.
Inspiro a fondo, un misto di sudore e birra scadente, eccitazione e fermento.
Una selva di capelli crestati si allunga davanti ai miei occhi: il caldo è torrido e appiccicoso, il sapone che tiene su quelle gloriose creste comincia a schiumare, si alzano sottili bolle di sapone e su molte schiene nude cominciano anche a colare le tinte da quattro soldi. Le voci sono sempre più rauche per le urla e gli strepiti, del pubblico quanto della band che sta cercando di suonare qualche cosa di davvero poco sensato sul palco. È più che altro un buttare fuori sgolandosi tutta l’incazzatura accumulata.
Inspiro a fondo quel marasma di chiasso e sfrenata libertà. Inspiro a fondo e poi mi dileguo: quei corpi sudati e seminudi sono sempre più caldi, sempre più invitanti.
Mi allontano, scivolando tra la folla, questa volta senza che nessuno riesca per sbaglio a colpirmi o spintonarmi. Mi allontano, la musica ancora nelle orecchie e nel petto, dove rimbomba al posto del cuore che ormai non batte più da tempo.
Il Virus è sempre più affollato, fanno le cose sempre più in grande. I concerti sono sempre più rumorosi, rido a quanto anche i vicini benpensanti urlino per sovrastare quella magnifica confusione, per far tacere quella manica di disperati.
Mi allontano, cercando un po’ di calma. Non c’è silenzio, non nelle vicinanze di quel capannone. Mi devo allontanare ancora un po’, allontanarmi dalle luci della festa, dal rumore del concerto. C’è quiete nell’ombra. Nell’ombra ci sono anche dei ragazzi, ragazzini, sbandati, senzatetto, bimbi sperduti, girovaghi, pazzi. Ne becco un paio che si stanno facendo un pera, nascosti dietro un cassonetto della spazzatura. Lui è collassato nel mondo dei sogni del delirio, ma lei è ancora sveglia. Ha un sorriso ebete, lo sguardo vacuo. Mi vede e ride, forse mi conosce, forse mi ha visto ad un concerto, biascica il mio nome e qualche cosa d’altro, ma è troppo strafatta, non hanno senso le sue parole troppo allegre. Prova ad alzarsi, le vado a dare una mano. Barcolla, mi passa le braccia attorno al collo, getta la testa indietro e ride forte.
Le carezzo i capelli – verdi, un bel verde brillante – e le sussurro che va tutto bene. Lei mi crede, si abbandona tra le mie braccia, un po’ canta e un po’ biascica una canzone dei Crass che anche io conosco. La canto insieme a lei e la bacio sul collo. Il sangue pulsa, caldo e denso, appena sotto quella pelle sottile. Continuo ad accarezzarla e la mordo, famelico. Ha un odore troppo invitante.
Sussulta, per un attimo trema, ma è davvero troppo sballata per accorgersi di quello che sta succedendo. Mordo più forte, l’eroina che le scorre nel sangue mi passa sulla lingua, ne sento il sapore in fondo al palato, penetra dentro, per un attimo mi sembra di essere tornato a quando…
La allontano di scatto, la sua testa ciondola come fosse fatta di gomma, il collo squarciato che continua a buttare sangue. L’istinto mi spinge a cercarne altro, a continuare a succhiare finché non la prosciugo, ma un altro istinto, più pressante, mi ha fermato.
Non capisco, ci metto almeno qualche secondo a rendermi conto che è stata una paura irrazionale quella che mi ha assalito all’improvviso, che mi ha fatto lasciare la presa sulla mia preda.
Mi acquatto, ancor più nell’ombra. La ragazzina tra le mie braccia è svenuta, ma è ancora viva, lo sento dal battito, ma è sempre più opaco. Il sangue scorre irrequieto dal suo collo, mi cola sulle mani e mi macchia la maglietta.
Il suo compagno è ancora immobile, perso nel suo mondo drogato. Non c’è nessun altro.
Nessuna presenza.
Eppure…
Eppure l’istinto mi tiene all’erta.
Ci metto un’eternità ad accorgermi di lui. Come ogni volta.
Un gatto tigrato mi fissa, appollaiato su una finestra del palazzo di fronte a me. Muove la punta della coda, un guizzo rapido, quasi distratto, che per un attimo dubito di avere davvero visto. Immobile, mi fissa dal buio. Occhi rossi che brillano nel nero.
Ingoio la paura, deglutisco il terrore, placo l’istinto che mi aveva messo in allarme.
“Sei tornato” gli sorrido, nonostante la scossa che ancora mi vibra sottopelle. Era un sacco che non si faceva vedere. Troppo.
Di nuovo un guizzo della coda. Mi fissa, continua a fissarmi, immobile.
Abbasso lo sguardo sulla ragazza che ancora stringo tra le mani. Il sangue scorre dalla sua gola lacerata sempre più lento. È quasi morta. Manca davvero poco. Sento il cuore rallentare fino a fermarsi.
La adagio al suolo e la sistemo. La ricompongo, nascondo le mie tracce, simulo un delitto. Che sembri solo una normale tossica, una rapina, un’aggressione per rubarle i pochi spicci o la droga che aveva addosso. L’hanno aggredita e le hanno tagliato la gola. Il sangue sull’asfalto è poco, lo sanno tutti che questi punk sono masochisti, che si tagliano per fare spettacolo. Chissà in che condizioni si era ridotta, questa povera disgraziata.
Credibile come storia.
Il gatto osserva tutte le mie mosse, immobile e attento. Solo quando ho finito con questa noiosa incombenza decide di muoversi. Mi aspetto sempre di vederlo stiracchiarsi, come farebbe un gatto normale, ma lui si muove rapido, deciso, in un attimo è sceso dal secondo piano e mi cammina in cerchio intorno ai piedi.
Lo prendo in braccio, anche se non ho ancora capito se gradisca o meno la cosa. Ma mi lascia fare, gli accarezzo la testa e lui mi lecca le dita ancora sporche di sangue. Gli gratto dietro le orecchie, si fa fare qualche coccola prima di guizzarmi sulle spalle e lì piazzarsi. Un collo di pelo. Gli allungo un altro grattino prima di muovermi. Milano è ancora sveglia, il week-end le fa fare le ore piccole, c’è ancora un sacco di gente che gira per strada nonostante sia davvero molto tardi per i mortali. Mi muovo in fretta, nell’ombra, cerco di evitare tutti. A lui non piace la gente.
Rimane sulla mia spalla finché non arriviamo a casa – un seminterrato davvero molto interrato – in una palazzina che è stata squattata ormai da anni. Gli altri inquilini mi hanno lasciato la cantina senza problemi, mi credono davvero troppo fuori dal mondo per anche solo aspirare ad una stanza a piani superiori: sono solo un pazzo probabilmente strafatto che non si vede mai di giorno. Preferiscono non avermi troppo in giro. Li posso capire.
Chiudo bene la porta e controllo che l’unica finestrella della stanza sia ancora come l’ho lasciata, completamente tappata e senza possibili spiragli.
Quando mi giro il gatto sta valutando la stanza. Annusa in giro, scruta tutti gli angoli.
Mi stravacco sulla poltrona-divano-branda che campeggia in mezzo all’appartamento. Potessi berla in questo momento ci starebbe benissimo una birra.
“Non preoccuparti, non ci sono pericoli qui” lo rassicuro, anche se so che non sarà tranquillo finché non se ne sarà appurato di persona.
Ci mette ancora lunghi minuti prima di darmi ragione. Un’ombra nell’ombra, vedo la sua forma sfocata ingrandirsi fino a riprendere fattezze umane. Scivola nel cono di luce della lampadina che pende miseramente dal soffitto. Movenze ferine. Viso da sbarbatello. Occhi rossi e antichi come l’inferno.
Di nuovo un brivido che mi si spande lungo tutto il corpo, sotto la pelle.
Si sposta verso un angolo della stanza, dove assi di legno sconnesse coprono alla meno peggio il pavimento sfondato. Le toglie tutte, lasciando respirare la nuda terra al di sotto. Era stata la condizione fondamentale perché lui accettasse di dormire con me, nella mia tana: avere la terra. Aveva divelto il pavimento con una facilità disarmante, scavando nel cemento armato fino ad arrivare alla terra nera. Come ogni volta ci si siede sopra, le mani che affondano nel terreno umido, gli artigli come si aggrappassero ad essa.
Mi alzo e lo raggiungo, mi siedo di fianco a lui. Appoggio la fronte sulla sua spalla, e lui piega appena la testa per toccare la mia.
“Sei stato via tanto” quasi un anno. Avevo smesso di contare i mesi dopo il sesto.
“Lo so” non è vero, non lo sa, la sua concezione dello scorrere del tempo è completamente diversa dalla mia. “Scusami.”
Sorrido lo stesso. Non sa in che modo – ogni santissima volta – riesce a ferirmi, ma sa che lo sta facendo e le sue scuse sono sincere.
Lo abbraccio. Nonostante la felpa troppo larga mi sembra comunque di stare abbracciando una roccia. Nei suoi capelli c’è l’odore della terra e del muschio, di freddo e di terre lontane che non riconosco. Doveva essersi allontanato davvero tanto questa volta.
“Era da molto che mi seguivi?” gli chiedo, dopo lunghi minuti di silenzio. Amo il rumore, la confusione, il silenzio non è proprio il mio elemento.
“Questa e le due notti che l’hanno preceduta.”
“Non ti ho notato.”
“Lo so” lo sento sorridere, appena appena.
“Mi tenevi d’occhio?”
“Ne hai ancora bisogno.”
Vorrei replicare, ribattere. Lui sa che cosa vorrei dirgli, che cosa giustamente potrei rinfacciargli. Sappiamo entrambi quello che vorrei dire. Quindi non lo dico.
“Sei giovane. Devi stare attento quando ti nutri.”
“Lo sono.”
“Se è come oggi no, non lo sei. Non ti posso essere d’aiuto se ti cacci nei guai” e questa volta fu lui ad abbracciare me.
Ero diventato un immortale da poco più di tre anni. Non mi ero certo fatto illusioni, sapevo bene che non potevamo essere solo noi due, anche se ne avevo incontrato solo un altro in tutto questo tempo. Un novizio come me, un disadattato peggio di me, senza Sire, senza guida. Abbandonato a se stesso. Lo avevamo incontrato dalle parti della Bovisa, che girava tra le fabbriche chiuse, mentre ero alle prese con le mie prime lezioni di caccia. Anche lui stava cercando qualcuno da mangiare, e ci aveva attaccato, furioso e spaventato. Era finito con il cranio frantumato in meno di un batter d’occhio.
La mia lezione di caccia che si era tramutata in una dimostrazione di sopravvivenza. Non fare come quel novizio. Mai. Il tuo avversario è sempre più forte.
Era stata davvero la prima cosa che mi aveva insegnato, la prima cosa che mi aveva detto appena ero stato in grado di comprendere di nuovo: non farsi notare. Stare sempre all’erta. Mai, mai, mai e poi mai fare in modo di mettersi in pericolo.
“Come potresti non essermi d’aiuto? Sei antico, sei potente.”
L’avevo visto combattere solo in quell’occasione e mi era bastata per provare un terrore folle ogni volta che avvertivo la sua presenza serpeggiare nell’ombra.
Medita a lungo sulla risposta da darmi.
“Non ci sono sempre. E non conosco i clan di questi luoghi. Non conosco nessun clan in verità. Sono antico ai tuoi occhi, ma ci sono vampiri ben più antichi di me, e che hanno potere, che hanno legami.”
Lo strinsi più forte.
Era un essere antico e molto solo. L’aveva capito dal primo incontro. L’aveva capito da quei grandi occhi, tanto spaventosi quanti persi. Io ero nelle stesse condizioni della ragazza di questa sera e lui era rimasto a fissare il mio delirio da drogato per delle ore. Pareva interessato alla scritta “NO FUTURE” che campeggiava prepotente sulla mia maglia. In un momento di folle masochismo avevo anche cominciato ad incidermelo sul braccio.
Lui mi aveva guardato, gli occhi fissi nei miei finché non aveva colto un ultimo barlume di lucidità.
“Vuoi il futuro?”
Me l’aveva chiesto in un sussurro, quasi temesse di farsi sentire da altri a parte me. Non ricordo altro di quella notte, solo tanto dolore come non ne avevo mai provato e mai più ne proverò, e lo scambio di una promessa.
“Insegnami il tuo mondo e io ti darò il futuro.”
Era stato difficile mantenere quella promessa, per tutti e due. Spiegare il mondo degli anni Ottanta ad un vampiro medioevale era difficile tanto quanto convincere un punk tossico che il futuro sono i ghiacciai eterni e la forza tenace della Natura. Lui aveva imparato in fretta, mi ascoltava parlare anche per delle intere ore, gli occhi grandi attenti e curiosi.
Io ero decisamente meno paziente. Ogni tanto mi sembra che entrambi fossimo sul punto di lasciare perdere. E in più, troppo per i miei gusti, spesso lui spariva – non sapevo dove andasse di preciso, ma quando tornava aveva sempre addosso odore di muschio e humus, di bestie selvatiche e di vento.
“Sei antico, come puoi non conoscere nessun clan?” come sapevo poco di lui. “Non hai un tuo clan? Una famiglia? Un… qualcosa?”
È una delle poche volte in cui mi risponde subito, senza stare a pensarci.
“Non so se potessimo essere definiti un clan. Eravamo un gruppo molto disorganizzato.”
“Ma li consideri il tuo clan, giusto?” non l’avevo mai sentito parlare con un tono di voce così dolce. E sorridere così apertamente.
“Sì. Non li vedo da secoli, ma sono il mio clan.”
“Raccontami, ti prego.”
“Ci siamo trovati per combattere un nemico comune. Un vescovo che ci aveva fatto il torto peggiore che si possa immaginare. Eravamo un gruppo davvero male assortito” li enumera tutti, sorridendo a quelli che devono essere davvero dei bei ricordi. “Uno zingaro, un matto, un cadavere ambulante. L’uomo nero, un piccolo re, la signora delle tenebre… e Sip.”
“Sip?”
Ride, per la prima volta da che lo conosco sento Laszlo ridere di cuore.
“Ti racconterò, se lo vorrai. Ma non adesso, il sole sta per sorgere. Ci saranno tante altre notti per i racconti.”
Scioglie l’abbraccio in cui eravamo rimasti fino a quel momento. Scivola via dalla mia presa e come ad ogni alba si prepara a sprofondare nella terra.
Gli prendo una mano, prima che ne venga inghiottito.
“Fammi dormire con te.”
Mai come in questa gelida alba l’ho sentito così distante, anche se siamo qui, entrambi.
Lui mi guarda a lungo, cerco di reggere il suo sguardo ma le palpebre calano: l’alba è davvero prossima, sento quasi i raggi del sole bussare alla finestra sbarrata.
Giusto un attimo prima che crolli ricambia la stretta della mia mano: mi bacia sulla fronte e poi mi guida per farmi stendere sulla terra, umida e fresca.
Sento la sua stretta gentile, le sue braccia e il suo petto contro il mio, e la terra nera che abbraccia entrambi.

Memoria

“Perché?”
“Uhm?”
“Perché la Natura permette la nostra esistenza?”
Sposta gli occhi su di me e mi fissa. Intensamente, ma solo per un momento, perché poi il suo sguardo di nuovo si perde, tra le fronde inestricabili, seguendo l’intreccio delle linee che disegnano le antiche cortecce degli alberi.
Non so se sta pensando ad una risposta o più semplicemente mi sta ignorando.
“Siamo esseri a metà, esistiamo solo di notte.”
Io insisto.
Lui sbatte le palpebre, lentamente. Un altro lungo minuto di silenzio, prima di riuscire a focalizzare di nuovo l’attenzione su di me.
“Non siamo i soli. Molte creature vivono solo per metà della giornata.”
Porta le mani a coppa davanti al petto, mostrandomele, i polsi che si toccano e i palmi aperti rivolti verso l’alto.
“Anche i fiori, di notte, è come se fossero morti” e con una delicatezza che non mi aspetto mai da quelle mani artigliate mima una corolla che si chiude su se stessa.
Intreccia le dita tra di loro, e io chiudo le mie sulle sue.
“I fiori sono vivi. Daranno frutti, faranno sbocciare altri fiori. Noi non siamo vivi, non siamo morti. Siamo creature a metà. Come è possibile?”
“Non lo so” lo ammette con un candore tale che mi disarma.
“Togliamo la vita e non diamo nulla in cambio.”
“Anche gli esseri umani.”
Non gli piacciono proprio gli esseri umani. Sorrido.
“Gli esseri umani possono creare la vita. Noi cosa possiamo dare al mondo?”
Si sdraia a terra, a braccia larghe, i capelli scompigliati che si riempiono di foglie.
Affonda le dita nella terra scura.
“Il terreno, in sé, è sterile. Dà solo appoggio alla vita. Diresti che non dà nulla al mondo?”
“Beh… no.”
“Siamo come il terreno, Markus.”
“Non capisco. Come possiamo essere di appoggio alla vita, alla Natura?”
“Portiamo una cosa con noi che al mondo serve. Una cosa che solo esseri come noi possono portare.”
La curiosità mi attanaglia, ma con le ultime parole di Laszlo a sfumare è sceso un silenzio così pesante che non oso spezzarlo con un’altra domanda. Il vento ha smesso di soffiare, non passa nemmeno la più sottile brezza. Gli abitanti della notte tacciono. L’intera foresta sembra essersi addormentata, i rami immobili e le foglie silenti.
Perfino il buio sembra più denso, impenetrabile. Cerco nel nero il baluginio rosso dei suoi occhi, ma li ha chiusi, immerso ad ascoltare il silenzio.
Sento le sue dita cercare le mie. Gliele afferro, spasmodicamente.
“Quello che possiamo dare al mondo è la memoria.”